In un articolo a firma di Maria Bertelli apparso nel mese di agosto sulla nostra testata veniva rapidamente delineata la situazione italiana in materia di Smart Cities. Si veniva a scoprire in quel modo come, utilizzando i parametri dettati dal progetto European Smart Cities, “strumento scientifico per la valutazione delle città europee di media grandezza”, le prime, ed uniche, città italiane a comparire in una classifica composta da 70 realtà si trovassero concentrate intorno alla cinquantesima posizione.
Bertelli chiudeva il pezzo auspicando una riscossa italiana in una rincorsa verso la smartness, valutando con la dovuta porzione di fiducia il crescente numero di iniziative sul tema organizzate lungo il territorio nazionale.
Sebbene il calendario di eventi che abbiano come oggetto della propria speculazione argomenti quali cessazione di sprechi e maggior trasparenza nella pubblica amministrazione, modelli di mobilità urbana funzionali e sostenibili ed investimenti in energie pulite e rinnovabili sia incredibilmente intenso, la classe dirigente dalla quale siamo governati ha finora agito in modo programmaticamente contrario persino a quelle indispensabili linee guida che, anche la più semplice tra le intelligenze, suggerirebbe al proprio organismo per potergli consentire una insignificante sopravvivenza.
Poco conta allora come all’interno del progetto internazionale Mobility Management over Europe, proposta che mira a rendere più sostenibili le politiche di mobilità implementate dalle autorità locali per le città europee di piccole e medie dimensioni, la regione Marche si sia distinta come una delle principali partner e la città di Reggio Emilia abbia ospitato l’evento conclusivo dell’esperienza. Appuntamento durante il quale, tra le altre cose, è stato allestito un workshop sulle piste ciclabili in ambiente urbano e si è discusso di come riuscire a conciliare le inevitabili esigenze del trasporto con il rispetto degli standard di qualità di aria ed ambiente.
Inutili appaiono i nobili sforzi del sindaco Fassino, impegnato a riqualificare la città di Torino in chiave di abitabilità, bioedilizia e rispetto dell’ambiente. “Vogliamo creare un’idea di città, assumere la dimensione Smart City come fondamento della programmazione urbanistica, dei trasporti pubblici, di tutte le politiche locali con un progetto trasversale che ci permetta di compiere un salto di qualità” ha dichiarato Fassino durante la conferenza stampa in cui è stato presentato Smart Building, workshop tenutosi nel capoluogo piemontese tra il 27 settembre ed il primo ottobre di quest’anno.
Smart Building risulterebbe piuttosto significativo anche in qualità di primo appuntamento nel percorso Torino Smart City, progetto che dovrebbe andare a caratterizzare le scelte strategiche di Torino per i prossimi dieci anni. Peccato che non tutti si ricordino di riflettere su come la linea ad alta velocità Torino-Lione andrà ad impattare negativamente sulla Val di Susa.
Così come inascoltate, se non addirittura frustrate, paiono le proposte che, tra il 22 ed il 24 settembre, il meglio dell’industria environmentally friendly ha esposto presso la Fiera di Firenze durante la settima edizione di Energethica®, mostra convegno dell’energia sostenibile. Grazie anche a una lunga e proficua collaborazione con l’Agenzia Nazionale per l’Efficenza Energetica e con la sezione fiorentina del Consiglio Nazionale delle Ricerche, durante Energethica® Firenze sono stati illustrati gli ultimi ritrovati nel settore della bioedilizia e dell’efficienza energetica in architettura ed è stata offerta un’importante vetrina per prototipi e nuovi sistemi in ambito di impianti solari termodinamici a concentrazione.
A fronte di cotanto fermento e sensibilità dimostrati in favore di quelli che, globalmente, sono riconosciuti quali parametri fondamentali di smartness, in quale modo avrebbe potuto mai intervenire un governo attento e concreto come quello che si è trascinato agonizzante fino alla prima decade di questo novembre 2011? Ad esempio facendo scomparire i 770 milioni di euro che Paolo Romani, ex ministro per lo sviluppo economico, avrebbe dovuto utilizzare nel piano nazionale per la diffusione e lo sviluppo della banda larga, strumento imprescindibile per qualsiasi progetto che avesse aspirato alla realizzazione di una Smart City.
Mentre eventi atmosferici di inaudita intensità, coadiuvati da anni di incuranza ed abusivismo, facevano scempio di alcune tra le più importanti località di interesse culturale italiano, l’amministrazione Berlusconi elaborava una manovra che avrebbe azzerato i margini di azione del ministero dell’ambiente, sino a quel momento principale sponsor delle politiche eco-friendly nazionali. Laddove sarebbe occorso il massimo sostegno nell’incentivare l’adozione di uno stile di vita consapevole e rispettoso del territorio, pareva incerto il destino della più valida iniziativa che il passato governo avesse adottato in favore di una riduzione delle emissioni ed un efficientamento energetico delle abitazioni, l’Eco-bonus.
Nonostante in questi ultimi giorni l’European Central Bank abbia imposto un avvicendamento alla guida del nostro paese, la situazione italiana pare permanga in uno stato desolante ed avaro di prospettive. Resto quindi profondamente convinto di come la miglior risposta che una nazione quale la nostra possa dare, sia quella di confrontarsi con gli esempi più brillanti che il panorama internazionale stia offrendo, continuando al contempo il vivace brainstorming che, sul tema Smart City, non ha mai smesso di esprimersi.
A questo proposito, vorrei condividere alcune delle suggestioni che lo zeitgeist italiano sta maturando in materia di smartness.
Fonte di grande ispirazione sono risultati essere i threads sviluppatisi durante la maratona informatica Innovatori Jam 2011. Tenutosi durante gli ultimi 13 e 14 settembre, questo “evento sociale virtuale”, animato grazie al contributo di migliaia di partecipanti, ha ospitato una sequela di stimolanti discussioni organizzate in dieci macro-categorie tra le quali “Le Smart Cities del futuro, come può la tecnologia rendere le nostre città più vivibili, efficienti ed attrattive”, è risultata essere una delle più gettonate. Ecco una selezione di estratti a scopo esemplare.
All’interno di una condivisibile riflessione sulle responsabilità imputabili alle nostre città per quanto concerne emissioni di CO2 ed altre forme di inquinamento, Donato Toppeta, senior associated consultant presso The Innovation Group, ha posto quali spunti di dibattito l’individuazione di elementi prioritari in direzione di un’innovazione urbana, e la definizione del ruolo che le tecnologie possano giocare in questo senso. Verso la soluzione del secondo quesito pare concorrere Anselmo Stiffan là dove, parlando delle proprie esperienze europee, riferisce di come in Germania “l’infrastruttura della rete telematica, associata ad uno sviluppo diffuso ed armonico dei mezzi di trasporto, abbia permesso a grandi industrie di installare fabbriche e centri di ricerca presso piccoli nuclei urbani” senza che questo abbia arrecato danni alla vivibilità.
In relazione alle pubbliche amministrazioni merita di essere riportato il contributo di Roberto Marsicano, marketing & communication manager di Posytron, impegnato a sostenere come un intervento partecipato all’interno delle politiche governative, esprimibile anche attraverso le tecnologie digitali, sia utile non soltanto nel segnalare in modo più capillare e pervicace ciò che sul territorio non funzioni ma, soprattutto, per “invertire il modello culturale della parteciapazione attiva italiana, ancora basata sul rapporto gerarchico stretto” e, mi sento di aggiungere, sull’eccesso di delega.
Uscendo dal circuito Innovatori Jam, non potrà essere trascurata la voce di Mauro Annunziato, coordinatore del progetto Smart City lanciato dall’Agenzia Nazionale per l’Efficenza Energetica. In un’intervista rilasciata in occasione del secondo Forum internazionale Green City Energy di Pisa, Annunziato ha espresso la propria definizione di Smart City, aiutandoci a visualizzare alcune delle soluzioni che l’ENEA sta sviluppando per consentire l’evoluzione intelligente delle nostre città.
“Alla base di questo processo, c’è l’idea di dare risorse on demand”, spiega Annunziato, “per questo devono essere monitorate le richieste ed i bisogni dei cittadini. Il primo passo quindi è applicare dei sistemi che consentano di raccogliere quante più informazioni possibili in tempo reale. In pratica”, prosegue Annunziato esplicando come questo possa avvenire, ”si tratta di immettere nella città dei sensori che raccolgano informazioni digitali, inviate con tecnologie PLC (Power Line communication) queste informazioni verranno infine lette ed interpretate da un computer in remoto che possa rispondere a quelle esigenze fornendo il servizio necessario”.
Una consapevolezza più raffinata di quale sia l’impegno dell’ENEA potrà essere raggiunta ascoltando le parole di Annunziato senza filtri. Eccole in una recente intervista ospitata a Porto Venere in occasione della seconda conferenza internazionale di Ambiente Futuro, location che oggi ispira un sentimento di grande vicinanza per la popolazione ligure colpita così duramente da allagamenti e frane.
Ultima autorevole testimonianza che vorrei riportare all’interno di questo dibattito è quella di Michele Vianello, direttore generale del Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia, ed organizzatore del recente convegno “Intelligenze nelle città. Leggerezza e BIT. Da Italo Calvino a William Mitchell”, tenutosi durante la quindicesima edizione dell’Ecomondo di Rimini. Vianello è da anni impegnato in una campagna di promozione per la diffusione della fibra ottica e del Wi-Fi, strumenti indispensabili per la trasformazione delle nostre città in “ecosistemi artificiali composti da organismi digitali interdipendenti ed interconnessi”, ed unica via percorribile verso una “governance frutto di dialoghi tra soggetti pubblici, istituzioni, cittadini ed imprese”. Una governance in grado di “affrontare e gestire la complessità e la continua trasformazione, indirizzare le azioni dei soggetti coinvolgendoli verso la sostenibilità ambientale”.
Ed è quindi con amarezza che Vianello, parafrasando una datata dichiarazione in cui Steve Jobs affermava “We think basically you watch television to turn your brain off, and you work on your computer when you want to turn your brain on”, commenta le passate politiche di Berlusconi in materia di banda larga.
Diamo ora uno sguardo oltre confine e vediamo cosa accade nei luoghi in cui le Smart Cities non rimangono seducenti progetti irrealizzati.
Nel 2014, a 15 km da Abū Dhabī, saranno completati i lavori di Madīnat Maṣdar, la città “sorgente”. Frutto di un investimento ammontante ad oltre 22 miliardi di dollari e firmata dallo studio di architettura Lord Norman Foster e partners, Madīnat Maṣdar risulterà essere la prima città al mondo ad emissioni zero. Completamente auto-alimentata da energie rinnovabili, Maṣdar ospiterà 50.000 residenti e circa 60.000 lavoratori che da Abū Dhabī troveranno occupazione nelle più di 1000 imprese attive nel settore della Green Economy progettate all’interno della città. Occorre comunque constatare come un investimento tanto oneroso possa essere garantito agli Emirati Arabi solo grazie al potere economico conferito dal mercato del petrolio. Una nobile espiazione.
Italiana la firma che sottende al progetto di Caofeidian, risposta cinese alle eco-cities del futuro. Di futuro in effetti si parla considerando come la realizzazione delle soluzioni proposte dall’architetto Pierpaolo Maggiora non saranno completate prima del 2030. Dei due milioni e mezzo di abitanti che popoleranno Caofedian, almeno 350 mila verranno impiegati nel settore della Green Economy, inevitabile per una megalopoli che ambisca a soddisfare il proprio fabbisogno energetico interamente attraverso il rinnovabile. Il progetto definisce sin da ora in quale proporzione le energie rinnovabili concorreranno verso questo risultato: maree ed energia cinetica delle onde copriranno il 38% del pacchetto, sfruttando la posizione privilegiata della città che si affaccia sul Golfo di Bohai. Microturbine in plastica riciclata cattureranno l’energia eolica per un contributo del 18%. Pannelli solari integrati nelle abitazioni e biogas completeranno il disegno verso l’autosufficienza. Il prezzo che la Cina è disposta a pagare per farsi perdonare la scelleratezza delle politiche ambientali dimostrata negli ultimi anni è di 450 Miliardi di dollari. A buon rendere.
In Brasile, a mille metri di altezza, sorge la risposta alla domanda di come sarebbe apparsa una grande metropoli se amministratori lungimiranti avessero previsto le conseguenze negative del boom socio-economico e demografico.
Curitiba, capitale dello stato di Paranà, negli ultimi quarant’anni ha assistito alla decuplicazione dei 300 mila abitanti dai quali era popolata negli anni 60 del Novecento. Tuttavia, l’efficentissima rete di vie preferenziali dedicata al trasporto pubblico completamente separata rispetto alla viabilità regolare che ha azzerato l’uso di vetture private in città, la distribuzione di generi alimentari pro capite proporzionale alla quantità di spazzatura che ogni abitante di Curitaba si preoccupi di conferire presso apposite oasi ecologiche e la totale autosufficienza energetica ha permesso a Jaime Lerner, sindaco-architetto inventore delle isole pedonali, di governare la propria città natale e l’intera regione dagli anni 70 ad oggi senza soluzione di continuità e di trasformare Curitaba in paradigma irrinunciabile per ogni Smart Cities moderna.
Affidarsi alle nuove tecnologie per migliorare la gestione dei processi urbani e la qualità della vita dei cittadini sembra essere la risposta maggiormente praticata in Europa alla domanda di smartness. Così a Stoccolma, dove diciotto punti di rilevamento ingressi in città, tali da prevedere un addebito automatico per le vetture che vi transitino, hanno consentito in pochi anni una diminuzione del 18% del traffico e del 12% delle emissioni di CO2. Così a Dublino, città nella quale verrà istituito il primo luogo di riferimento globale per Smart Cities, un punto in cui saranno messi in contatto sistemi operativi di città intelligenti da tutto il mondo, lo Smarter Cities Technology Centre.
Amsterdam coinvolge direttamente i propri abitanti in un progetto di rilancio e qualificazione diffuso. Attraverso una rete di contatori domestici intelligenti, sessantamila abitazioni saranno energeticamente interconnesse e monitorate in tempo reale per regolare il consumo energetico delle abitazioni private. Oltre trecento punti di ricarica per auto elettriche saranno istallati nel 2012 lungo le strade della capitale neerlandese, mini turbine eoliche e pannelli solari stanno venendo applicati agli edifici privati della città per rendere l’auto-produzione energetica pratica consolidata, l’importante arteria Utrechtsestraat risulterà essere la prima tra le stade di Amsterdam ad impatto ambientale zero in un disegno ambizioso e visionario battezzato “Climate Street”. L’Olanda mette così un punto alla sterile polemica di chi sostiene come le New Town siano l’unica via percorribile verso la smartness.
Abbiamo così verificato come, che nascano ex novo o che vantino una storia antica, siano infine due semplici condizioni quelle che determinino un destino smart per le nostre città: la consapevolezza che la vita su questo pianeta non potrà più essere sostenuta nel modo in cui è stata interpretata sino ad ora, ed una sincera volontà di cambiamento.
E se è vero che la tradizione millenaria delle città italiane è quella di chi possiede da sempre nel proprio DNA i prodromi della sostenibilità e della simbiosi ambientale, è incontrovertibile come oggi in Italia, imprescindibile punto di partenza per qualsiasi rivoluzione smart, sia una necessaria dimostrazione di intelligenza dei propri abitanti.














Mi chiedo se ci sia speranza per noi… Siamo lontani milioni di anni luce anche dalle minime pratiche che rendono “intelligenti” – è più bello e più italiano che smart – le nostre città e il notro modo di viverci.