Panini alla cultura

Alcuni ministri (uno in particolare) del governo italiano sostengono che la cultura non si mangia. E poi spiritosamente alla buvette del Senato ordinano panini alla cultura. Davvero insolite posizioni per chi governa un paese che ha, tra gli altri, il più alto numero di siti Unesco patrimonio dell’umanità.

E così il menù della cultura à la carte serve come portata principale il crollo delle case di Pompei e per dessert la serrata di musei, biblioteche, teatri  programmata il 12 novembre (per la prima volta nella storia repubblicana).

Eppure uno studio recente sul potenziale sociale ed economico del sistema culturale italiano (realizzato da StageUp) rileva che l’apporto della cultura che non si mangia è capace di generare profitti e attrarre investimenti importanti.

Del resto già Richard Florida aveva sottolineato nei suoi studi più celebri l’avvento di una classe creativa e quanto la creatività sia stata il perno fondamentale della rinascita di svariate città internazionali (Bilbao, Berlino, Manchester, Birmingham e via dicendo).

L’Italia investe ogni anno in cultura circa 1,8 miliardi di euro di soldi pubblici, contribuendo al prodotto interno lordo per 39,7 miliardi. Il moltiplicatore dell’investimento è pari a 21,3 il secondo migliore all’interno dell’Unione Europea.

Il dato importante è un altro però: se il nostro paese investisse una somma  pari alla media di quanto investono Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna (6,65 miliardi di euro) il contributo al PIL toccherebbe i 140 miliardi di euro (a parità di moltiplicatore dell’investimento). In sostanza l’attrattività del patrimonio culturale italiano non è una favola. Buoni chef qualche buona pietanza riuscirebbero a prepararla.

Che la cultura (in senso lato) faccia mangiare (e bene!) lo sanno in molti. Il Salone del Gusto, svoltosi poco fa a Torino, sponsorizzato dalla Regione Piemonte e dal Comune di Torino, ha generato un indotto di circa 60–70 milioni di euro, per la gioia di tutte le associazioni del commercio e dell’alberghiero che infatti ne reclamano addirittura l’annualizzazione.

Altre cifre ci raccontano l’impatto economico del patrimonio culturale italiano:

  • la spesa dello Stato centrale per la cultura è 3 volte inferiore a quella dei principali paesi europei ed è in costante diminuzione
  • fondazioni e sponsor investono circa un sesto del pubblico
  • le famiglie spendono ogni anno il 7% in cultura
  • i posti di lavoro diretti creati sono 550 mila
Spesa diretta dello Stato in milioni di euro – Fonte: ricerca UE “Economy of Culture” 2006

Investimenti pubblici (anno 2007) in milioni di euro – Fonte: StageUp

Investimenti di Fondazioni e sponsor (anno 2007) in milioni di euro – Fonte: StageUp

Oltre al potenziale economico però esiste un potenziale sociale della cultura che non è da trascurare. Nonostante la crisi economica i consumi culturali sono gli unici a crescere (numeri di ingresso da 118 milioni a 119,3 milioni per un aumento dell’1,1 %; spesa complessiva del pubblico da 1,509 miliardi di euro a 1,535 miliardi per un aumento di 1,7%; numero di spettacoli da 1,48 a 1,6 milioni per un aumento del 7,5%).

Lo studio infatti individua a grandi linee il target degli appassionati: per la maggior parte sono giovani adulti (tra i 14 e i 34 anni), cui si aggiunge un seguito elevato anche tra i 55 e 64enni per le fiere enogastronomiche e i festival di musica classica e lirica, hanno un livello di istruzione elevato e con una forte presenza di imprenditori, dirigenti, quadri e liberi

professionisti.

Soluzioni?

A parte il digiuno (per rimanere in metafora gastronomica) e una decisa svolta politico/civile-sociale che consapevolmente decida (per sempre) che l’unico asset dell’Italia sia il suo patrimonio culturale ambientale eno gastrnomico, qualche strumento c’è.

Si può introdurre da subito il tax credit, sgravi fiscali alle aziende e società che investono in iniziative culturali come avviene già per il cinema. Si possono istituire carte di credito che devolvono percentuali fisse a favore della cultura, così come lo si fa per iniziative benefiche.

Infine si può istituire il meccanismo della donazione con gli sms: all’uscita di una mostra o di un museo si può invitare a donare 1 euro se si è rimasti soddisfatti.

Oppure come sostiene Riccardo Garrone (presidente Fondazione E. Garrone, presidente Sampdoria e consigliere amministrazione ERG) usare la formula del commodato oneroso (una forma di prestito non gratuito) per “dare ai musei di tutto il mondo il patrimonio artistico sepolto nei fondi di magazzino di gallerie e muse” ricavando proventi da reinvestire.

Altrimenti si rischia di morire di fame.

di Luca Zanelli

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