È passato poco più di un anno dal catastrofico incidente petrolifero nel Golfo del Messico ed il petrolio ed il suo impatto economico e sociale continuano ad essere oggetto di accese discussioni a tutti i livelli. Dopo questo tragico evento e le sue tragiche conseguenze, l’opinione pubblica mondiale ha iniziato a porsi dei seri interrogativi circa l’approvvigionamento energetico e la sostenibilità ambientale.
Tale dibattito si è acuito con il disastro nucleare di Fukushima, in Giappone. Da un lato assistiamo a prese di posizione da parte di Governi, come quello tedesco, fortemente intenzionati ad investire nelle energie pulite ed a rendersi sempre più indipendenti energeticamente, dall’altro a prese di posizione decisamente ambigue, come accade negli Stati Uniti. Ciò che è certo è che il petrolio, nel bene e nel male, influenza le vite e le economie di tutti i Paesi del mondo, nessuno escluso e che, in quanto fonte di energia non rinnovabile, esso a breve finirà. Entrambe queste verità sono strettamente collegate tra loro. Per quanto riguarda il primo punto, un esempio è dato dalle forti oscillazioni del prezzo del petrolio che influenzano sempre più le ricche economie occidentali, basate sulla globalizzazione e sulla produzione delocalizzata.
Euromonitor International, presentando i dati relativi a viaggi e turismo durante la World Travel Market Vision Conference 2011 (tenutasi per la prima volta, come evento collaterale a quello londinese, in Italia, a Milano, giovedì 14 aprile presso Palazzo Mezzanotte – la fotocronaca della giornata) ha indicato l’aumento del prezzo del petrolio come una delle maggiori minacce per turismo e trasporti nel presente e per il futuro. Chiaramente tale minaccia è amplificata dalla crisi economica mondiale, che è a sua volta acuita dall’aumento dei prezzi dell’energia. Tuttavia, l’aumento delle tariffe aeree nel 2010 non ha dato problemi al settore aereo a livello mondiale ma erode pian piano il potere d’acquisto dei turisti che, giunti nei luoghi di vacanza, oggi spendono meno.
Per quanto riguarda le previsioni nel periodo 2010-2015, Euromonitor International indica l’Europa occidentale come l’area con la crescita più bassa nel settore aereo, strozzato dall’aumento delle tariffe, a causa dell’esorbitante aumento del prezzo del petrolio dovuto anche alle rivoluzioni nel mondo arabo. Da notare invece le eccellenti previsioni per le compagnie di linea United Arab Emirates e Quatar, che aumenteranno nello stesso quinquennio sia flotte che destinazioni.
ASPO Italia, Associazione scientifica per lo Studio del Picco del Petrolio, sezione italiana di ASPO International, fa notare come i maggiori produttori di petrolio non siano Paesi a vocazione turistica: ad esempio, prendendo in considerazione l’arco territoriale dell’Africa del Nord – Marocco, Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto – solo Algeria e Libia, gli unici due Paesi che producono petrolio e gas, non sono mete turistiche. Questa regola vale per la maggior parte dei principali produttori di petrolio al mondo, ad esclusione di eccezioni come USA, Canada, Norvegia, Inghilterra e Danimarca. Ma perchè il petrolio spesso non è compatibile con il turismo? La risposta data da ASPO Italia a tale quesito riguarda le lobby petrolifere ed il loro disinteresse ed ostilità nei confronti di un settore potenzialmente in competizione con quello del greggio.
In vista dei numerosi disastri petroliferi avvenuti e/o che ogni giorno si perpetuano sul nostro pianeta, un’altra risposta potrebbe essere data dalla questione dell’impatto ambientale che le trivellazioni pongono. Secondo il modello proposto dallo scienziato Marion K. Hubbert, il picco massimo di produzione petrolifera è avvenuto nel 2007: ciò significa che man mano che i grandi pozzi si esauriscono, bisogna cercare e sfruttare pozzi più piccoli, anche se con petrolio di minore qualità. È forse quello che sta succedendo attualmente in Italia? Negli ultimi anni infatti si è assistito ad un vero e proprio assalto da parte delle compagnie petrolifere di tutto il mondo nei confronti del nostro Paese. Adriatico, Ionio e Canale di Sicilia sono i territori su cui più si punta offshore e le regioni maggiormente interessate dal fenomeno sono Basilicata, Sicilia, Puglia, Abruzzo e Piemonte. L’ultima concessione riguarda le trivellazioni a largo delle isole Tremiti, area marina protetta dal 1989 e facente parte dal 1996 del Parco Nazionale del Gargano, dove il turismo rappresenta il settore trainante l’economia del territorio. E’ per questo motivo che le amministrazioni locali della Puglia e numerose associazioni molisane ed abruzzesi hanno preso una netta posizione contro l’autorizzazione firmata dal ministro Prestigiacomo alle trivellazioni offshore. Per tali territori, il paesaggio e la ricchezza di biodiversità offerti dalle isole significano lavoro, e quindi, futuro.
L’esperienza della Basilicata (Val d’Agri) dove l’occupazione relativa ai settori agricoltura e turismo sono caduti a picco e della Sicilia (Ragusa e Gela) evidentemente non fungono da monito per la salvaguardia del vastissimo patrimonio paesaggistico italiano che è una delle maggiori leve economiche del Paese. La sostenibilità ambientale è una delle più importanti sfide su cui si baserà il futuro dei Paesi più avanzati del mondo e l’Italia, una delle mete turistiche più ambite del globo, dovrà prenderne parte per preservare la sua unicità ed importanza sul mercato internazionale.
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