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Politiche / territorio e ambiente
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Magari… ma come, si può fare?
  Martedì, 04 Maggio 2010 - 10:28  
 
di Stefano Ceci

La prozia, di 103 anni, trapassa e lascia all’erede un castello, bellissimo, un lascito imponente, ma il patrimonio ha un enorme costo permanente, inghiotte soldi e non rende nulla. L’erede però non può venderlo e incassare: una clausola del testamento lo impedisce.

 

La Sicilia è un po’ come una eredità con la fregatura.

Una Regione con seimila anni di storia, che è stata culla e balia di culture mediterranee, che ha ricevuto influssi, influenze ed eredità storiche e artistiche da tutta Europa e da tutto il Mediterraneo, dove la toponomastica parla arabo e molti autoctoni sono biondi come i loro antenati germanici; una Regione che ad oggi gestisce 179 musei e 62 zone archeologiche (e quante sono inesplorate o incustodite?). In questi siti lavorano 1.770 custodi, tanto che, ci ricorda un articolo recentemente pubblicato su La Repubblica, i beni culturali della Regione costano, all’anno, 67 milioni di euro, ne incassano 12, con un bel rosso di 55.

L’Assessore regionale ai Beni Culturali, Gaetano Armao, è oggi l’amministratore designato di questa eredità, ed è comprensibile che voglia portare i conti ad un quadro meno drammatico di quello attuale. Dice che intende privatizzare molti di questi siti e si scatena il consueto italico dibattito.

Il privato è il male assoluto, dicono alcuni. No, il pubblico è il male assoluto, dicono altri.

Che la gestione pubblica dei beni culturali abbia bisogno di rinnovamento profondo l’hanno capito anche i muri; meno pacifico è che il rinnovamento sia l’adozione acritica di modelli privati che non ci appartengono, cioè di quelli nati dove la società funziona in modo tutto diverso dal nostro – cioè l’ America. Ci auguriamo poi che anche i più si convincano quanto prima che il Museo Archeologico di Marianopoli, per dire, non è in grado di adottare il modello gestionale del Getty Museum, per dire.   

Senza il coinvolgimento dei privati, però, le speranze sono minime. Allora, è il privato la soluzione?

No, non esattamente: il privato è una parte importante della soluzione, ma serve una strategia, una visione politica, perché affrontare il tema della gestione e valorizzazione dei beni culturali senza inserirli nella pianificazione del futuro dell’intero territorio significa scegliere la rotta a testa o croce e poi abbandonare la nave….. ma è una nave che si può salvare (e sui cui viaggiano tante persone). E poi se si pensa la cosa solo sul piano della contabilità finiamo dritti nel filone delle (s)vendite pubbliche per fare cassa (ovvero, per fare bella figura nel bilancio di un solo anno) e abbandonare gli enti sfrattati ad un futuro di affitti e debiti.

Signor Assessore non è questo che intende quando parla di privatizzare, vero?

Non state pensando di togliere la patata bollente dalle mani dell’amministrazione pubblica per trasferire la gestione ai privati, magari pure cacicchi territoriali di dubbia esperienza, che si limiteranno a tagliare quel minimo di erbacce e di personale, quanto basta per tirare a campare con i soliti contributi dalla Comunità Europea, vero?

No?

Bene, allora ci sono delle possibilità interessanti. Se l’obiettivo non è quello di trasformare, grazie all’intervento della gestione privata, uno sbilancio di 55 milioni in un guadagno bensì fare, di questo costo, un investimento per la crescita dell’economia tursitca, sì, se ne può parlare.  

Anche perché a voler essere pignoli neppure il Louvre (cioè il museo più visitato del mondo, con 8,5 milioni di ingressi l’anno) guadagna, in senso stretto: il suo biglietto d’ingresso costa - per quel 50% circa di visitatori che lo pagano intero - 9,5 euro, ma per ogni visitatore che entra, lo Stato Francese spende più di 25 euro. Eppure questo non significa che il museo sia una perdita. Molto semplicemente, è un museo concretamente inserito in un sistema turistico, economico, culturale, sociale, istituzionale.

Conseguentemente, la Sicilia dovrebbe mirare a ridimensionare la spesa pubblica per i beni culturali, e soprattutto a renderla organica ad una politica complessiva che guarda al turismo, all’economia ed alla qualità della vita - cos’altro deve significare sennò valorizzare i beni culturali? Spremere soldi dalle pietre?



Si deve pensare all’eredità storica e artistica della Sicilia come ad unico grande attrattore mondiale, e progettare i cambiamenti non per molti siti ma per tutti i siti o per nessuno, perché di frazionamenti e ripartizioni la Sicilia ne conosce già abbastanza. E soprattutto perchè alcuni e non tutti tradisce l’essenza stessa della Sicilia, una terra dove ogni campo, ogni orto custodisce un reperto archeologico. La Sicilia può competere meglio se dispone di un circuito, di un sistema unico e unitario, attraverso il quale parlare al mondo.

Ecco perché serve una gara unica che, senza alienare la proprietà pubblica - ….è il vincolo del testamento… - affidi la gestione del patrimonio a un unico soggetto privato. Una gara internazionale, che si rivolga e coinvolga i player mondiali della cultura e dei servizi. E magari che sia a procedura ristretta, giusto per evitare la ceralacca, e che raccolga manifestazioni di interesse per poi procedere allo showdown - insomma, si potrebbe provare a fare bene già alla partenza.

Certo ci vuole coraggio.

Per andare incontro alle levate di scudi e alla reazione di chi fa finta, di solito da sinistra, di non intendere la differenza fra proprietà (che rimane pubblica) e gestione (che passa al privato) dei beni culturali.

Ci vuole coraggio anche perché non è pensabile inizare un simile percorso senza passare per una conferenza di servizi regionale in grado di mettere a confronto tutte le amministrazioni, gli enti, le autorità interessate, gli uffici pubblici che hanno titolo per esprimere una opinione, un consenso, un parere; così come sarà impossibile, per chi sarà designato alla gestione del sistema regionale dei beni culturali ed archeologici, iniziare ad operare, se tutti questi soggetti non avranno rilasciato le autorizzazioni e consegnato i documenti necessari. La burocrazia, in questi casi, è micidiale!

Privatizzare la gestione significa anche mettere mano al personale. Un tema delicato, che può fare la differenza, dato che uno dei vantaggi della gestione privata è quello di consentire una selezione davvero meritocratica. Alcuni vincoli aiuterebbero il successo dell’iniziativa: riservare una percentuale dei dipendenti ai giovani laureati (specialistici) siciliani, non per dovere patrio o autonomista ma per avviare la crescita di una generazione capace di gestire e promuovere ciò che gli altri, nei secoli, hanno lasciato; e destinare un'altra percentuale di dipendenti a quelli che oggi già vi lavorano: ho incontrato in questi siti gente capace e volenterosa, stanca di non essere valorizzata, gente che merita una reale opportunità.

E che dire di quei sindacati che già oggi difendono gli interessi di qualche centinaio di dipendenti pubblici (o parenti, amici o conoscenti o amici degli amici) che all'ombra di teatri e colonnati sbarcano il lunario tirando annoiati a sera: non ragioniam di lor, ma guarda e passa. Chi, di lor, vorrà e meriterà, potrà essere assunto dal nuovo gestore; degli altri, poco importa... perché a fronte di qualche centinaio di incapaci disinteressati, ci sarà un esercito senza sindacato di giovani volenterosi e dinamici che meritano una chance: poter scegliere di vivere e lavorare nella loro Terra.

Certo che privatizzare la gestione di tanti musei e siti pubblici comporterà un problema serio: ridurrà il serbatoio di merce per il voto di scambio. Come faranno allora certi politici locali? Un suggerimento: tutti alla nettezza urbana, così magari i turisti smetteranno di raccontare, al loro ritorno, che le bellezze dell’Isola sono sepolte dai rifiuti.

E poi sarà necessario vincolare la gestione ad un forte investimento in innovazione, su più fronti.

Intanto, a partire dalla promo-commercializzazione, che dovrà basarsi principalmente sul web: servirà una piattaforma multilingua di e-commerce (vendita sulla rete) e di ticketing on line (acquisto di biglietti); mentre una quota di biglietti potrà essere messa a disposizione degli operatori turistici, attraverso opzioni che offrano costi e tempi certi, in modo da ottimizzare la fruizione dei siti e la loro integrazione nel sistema turistico.

Innovazione è anche l’utilizzo delle nuove tecnologie per la conservazione, la fruizione, la comunicazione del patrimonio culturale: le possibilità offerte oggi (e altrove) sono estremamente ampie e efficaci. Innovazione, ancora, può riguardare l’ambito socio-culturale che va riportato in primo piamo. Non dimentichiamo che i beni culturali hanno una funzione per i cittadini, prima che per i turisti. Per i cittadini che spesso non conoscono le cose e i saperi che stanno a pochi metri da casa loro, che non hanno un’offerta culturale degna di questo nome. Le biblioteche pubbliche si stanno oggi trasfomando in centri culturali polivalenti, dove si moltiplicano incontri, dibattiti, iniziative, spettacoli, corsi, attività. Non potrebbe essere così anche per i siti culturali siciliani?

La Regione si riservi infine il diritto di recesso dal contratto di gestione se la soddisfazione generale dei visitatori per i servizi forniti nei siti sarà inferiore a 6 in una scala da 1 a 10; apposite rilevazioni periodiche svolte da istituti di ricerca di fama internazionale dovranno consentire alla Regione (senza possibilità di delega ad altri soggetti) di monitorare il gradimento dei servizi. La chiamano Customer Care e ispira e guida ogni impresa moderna.

Sì, Salvatore, si può fare… e ora alza le chiappe da quel dannato sgabello! (da Nuovo Cinema Paradiso)

 


 

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