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Indice
1. Introduzione
2. Goletta verde: un viaggio lungo 2.000 miglia per monitorare la salute del mare
3. Un’alta capacità di depurazione non significa che il mare sia pulito: tra buchi e inefficienze del sistema fognario e di depurazione in Italia.
4. L’Europa bacchetta l’Italia: al via una procedura di infrazione concernente le acque reflue.
5. Ciliegia sulla torta: la criminalità
6. La depurazione nei piccoli comuni costieri: il caso delle Cinque Terre
7. Appendice: le vele blu e le bandiere nere di Goletta Verde
1. Introduzione
“A La Spezia ci sono 17 mila persone che non sono allacciate alla rete fognaria e scaricano i liquami nelle reti bianche: sarà per questo che il mare non è pulito e dalle griglie stradali arriva un odore non proprio gradevole? A Cagliari lo stagno di Santa Gilla, laguna costiera dichiarata sito di interesse comunitario, è diventata una fogna a cielo aperto che raccoglie gli scarichi di comuni che ancora non hanno finito di allacciare le proprie reti al depuratore, andando a compromettere la qualità ambientale della zona e la stagione ittica. A Palermo invece da circa un anno i 180 mila abitanti, che prima scaricavano direttamente nelle acque della Cala (l’antico porto nel centro storico), possono ora usufruire del servizio del depuratore di Acqua dei Corsari, liberando così il mare cittadino da una quantità di liquami non trattati, miasmi inclusi. Solo alcuni esempi tratti dalla cronaca degli ultimi mesi, che permettono di portare l’attenzione sul problema delle carenze dei sistemi di fognatura e depurazione dei comuni costieri, che si riflettono sulla qualità delle acque e dell’ecosistema marino.” (Legambiente, Rapporto Mare Monstrum 2009)
Con oltre 7.375 chilometri di coste e 4.917 siti balneabili, l’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di spiagge. Litorali e arenili rappresentano per la penisola una ricchezza naturale inestimabile, che tuttavia non gode di una protezione totale e adeguata. Per fare il punto della situazione, partiamo dalle analisi della storica campagna “Goletta Verde” di Legambiente e dai dati del Blue Book 2009, la pubblicazione a cura di Utilitatis che riassume i Piani di ambito a livello locale, e cerchiamo di scoprire in che acque stiamo nuotando.
Nell’estate 2009 Legambiente, in collaborazione con Touring Club, ha attribuito ben 300 riconoscimenti di qualità ai comuni che si sono distinti nella gestione sostenibile delle risorse e nella valorizzazione dell’ambiente naturale. Ciò nonostante, i biologi del cigno verde che hanno eseguito prelievi e analisi lungo tutta la penisola, hanno rilevato anche ben 100 aree critiche dal punto di vista della qualità delle acque, segnalando i punti dove il mare risulta “inquinato” o “fortemente inquinato” e dove perciò si rischia di fare il bagno in acque non proprio salubri. Si tratta soprattutto di zone dove fiumi e corsi d’acqua sfociano in mare, riversando però anche sostanze inquinanti derivanti da una depurazione insufficiente delle acque reflue urbane.
Una problematica, quella del sistema fognario e di depurazione carente, confermata tra l’altro proprio dai dati contenuti nel Blue Book 2009, che raccoglie i dati ufficiali sul servizio idrico integrato in Italia. La pubblicazione – a cura del centro di ricerca Utilitatis e della Associazione nazionale Autorità e Enti di Ambito (ANEA) – ha infatti messo in luce un dato allarmante: il 30% del Paese è carente di sistemi di depurazione, il 15% non è ancora allacciato al sistema fognario. Il che costituisce un motivo di preoccupazione anche per la Commissione Europea, che stima siano circa 500 i centri urbani ancora sprovvisti di impianti di trattamento dei reflui urbani conformi alla normativa comunitaria.
Non stupisce dunque, l’imminente avvio di una procedura di infrazione per il mancato rispetto della direttiva 91/271/CEE, normativa che disciplina il trattamento delle acque derivanti dagli scarichi urbani.
“Se i servizi di depurazione non coprono il 100% della popolazione, ciò che non viene depurato andrà a finire delle acque sotterranee superficiali e direttamente in mare. In che condizioni si trovano quindi i fiumi italiani? A giudicare dagli esami, non sono in perfetta forma. I dati di riferimento che confermano questo giudizio sono quelli dell’Annuario Ambientale 2008 dell’ISPRA, e in particolare l’esame dell’indice sullo stato ecologico dei corsi d’acqua (SECA) fatto su dati raccolti nel 2007, che combina parametri biologici, chimici e fisici e determina un giudizio di qualità complessivo del corso d’acqua. Secondo la normativa europea (2000/60) tutti i corsi d’acqua avrebbero dovuto raggiungere uno stato di qualità almeno “sufficiente” entro il 2008, ma così non è stato. Premessa la mancanza di dati di Basilicata, Calabria, Campania e Sardegna,
solo il 5% dei punti monitorati presenta uno stato ecologico elevato, il 43% si attesta su una qualità buona, il 32% dei siti risulta sufficiente, il 15% scarso e il rimanente 5% addirittura pessimo. Siamo quindi ancora lontano – nel 20% dei casi - dal raggiungimento degli obiettivi minimi di qualità. ” (Legambiente, Rapporto Mare Monstrum 2009)
Qualità delle acque di balneazione nel Bacino Mediterraneo
Fonte: Quality of bathing water – 2008 bathing season, EEA 2009
2. Goletta verde: un viaggio lungo 2.000 miglia per monitorare la salute del mare
Nessuna regione italiana bagnata dal mare è rimasta esclusa dall’attenta analisi di Legambiente che pattugliando le coste ha rilevato 100 aree “inquinate” o “fortemente inquinate” a causa di scarichi illegali o depurazione inesistente o inadeguata. Una situazione allarmante se si pensa che dei 100 punti monitorati, il 19% è risultato “inquinato” e l’81% “gravemente inquinato” rispetto ai parametri microbiologici di riferimento, gli stessi fissati dal D. lgs. 116 del 30 maggio 2008 ad integrazione del D.p.r. n. 470 dell’ 8 giugno 1982, norma emanata in recepimento della direttiva 79/160/CEE sulla qualità delle acque di balneazione e ora sostituita dalla più recente direttiva 2006/7/CE.
Ad aprire la “lista nera” delle regioni con più tratti di mare inquinati nel 2009 sono state Calabria e Campania, che hanno totalizzato insieme 26 dei punti critici esaminati da Legambiente. Non sono state da meno Lazio, Puglia e Liguria, che condividono il terzo posto con 9 punti critici ciascuna, mentre Sardegna e Toscana vengono incoronate come regioni dove il mare è più pulito, totalizzando 4 punti critici la prima e solo 2 la seconda.
Dopo una prima segnalazione effettuata dai circoli locali – hanno spiegato da Legambiente al termine del tour di Goletta verde – i punti “incriminati” sono risultati quelli in prossimità delle foci di fiumi e corsi d’acqua. Le acque prelevate in questi punti, stando alle analisi microbiologiche effettuate, sono risultate contaminate da coliformi, streptococchi fecali ed escherichia coli, batterio che vive esclusivamente nell’intestino umano e che pertanto fornisce una dimensione molto precisa dell’inquinamento di origine antropica.
Come spiegano da Legambiente dunque, le responsabilità legate ai problemi di salute del mare vanno cercate non solo sulla costa ma anche nell’entroterra, o per così dire “a monte”. Ovvero in quei Comuni interni privi di reti di smaltimento, che riversano nei corsi d’acqua i reflui non trattati e che di fatto sversano in mare anche il proprio carico di batteri e virus. “Se i servizi di depurazione non coprono il 100% della popolazione ciò che non viene depurato andrà a finire delle acque sotterranee superficiali e direttamente in mare", si legge nel rapporto "Mare Monstrum 2009", documento che mette sotto la lente d'ingrandimento non solo lo stato di salute del mare, ma anche quello dei nostri fiumi, facendo il punto sugli illeciti ambientali che colpiscono l’uno e gli altri.
Stando alla direttiva sulle acque n. 2000/60/CE, tutti i corsi d'acqua avrebbero dovuto raggiungere uno stato di qualità almeno "sufficiente" entro il 2008. Tuttavia, puntualizzano da Legambiente, siamo ancora lontani dalla meta: stando all'indice SECA sullo stato ecologico dei corsi d'acqua infatti, il 15% dei punti monitorati è ancora di scarsa qualità e il 5% di pessima qualità ecologica, mentre il 43% si attesta su una fascia buona o sufficiente (32%). Le cause, punta il dito l’associazione del cigno verde, sono quelle ormai note: "carenze della rete di depurazione delle acque reflue, scarichi abusivi e non controllati e l’emissione di inquinanti da parte dei settori agro-zootecnico, industriale, civile e turistico.”
Le inefficienze nei sistemi di trattamento delle acque reflue urbane non hanno tuttavia impedito al Ministero della Salute di decretare il 96% delle coste italiane come aree balneabili. Consultando i dati diffusi dal nel rapporto annuale “Acque di balneazione 2009” infatti, risulta che, fortunatamente, solo il 3,8 % del litorale è interdetto alla balneazione a causa di inquinanti biologici come coliformi fecali, streptococchi e salmonelle, che rappresentano la causa delle interdizioni alla balneazione nell’ 84% dei casi, mentre la restante parte dei divieti viene imputata alla presenza nelle acque di inquinanti chimici e fisici.
È d’accordo l’Agenzia Europea per l’Ambiente che nel report “Stato delle acque balneabili in Europa” riferisce che nel 2008 il 92,8% delle acque costiere Italiane rientravano dentro i parametri obbligatori stabiliti dall’UE. Il 91,4% delle acque prelevate risultavano addirittura in linea con i valori guida stabiliti dalla direttiva europea, più restrittivi rispetto a quelli obbligatori. Come si evince dal rapporto inoltre, la balneabilità delle coste è andata crescendo stabilmente tra 1990 e 1999 per poi mantenersi relativamente costante e al di sopra di una percentuale del 90% negli ultimi anni.
Nonostante questo dato positivo e, per quanto la normativa italiana possa essere ritenuta più rigorosa delle leggi nazionali di altri Paesi europei, resta forte la necessità di monitorare l’applicazione delle norme e migliorare la qualità delle acque, che dai prelievi di Goletta Verde sono risultate in alcuni casi contaminate proprio da inquinanti biologici.
Per quanto le foci dei fiumi, così come i porti, siano considerati per legge aree non balneabili, i riscontri ottenuti da Goletta Verde infatti possono essere interpretati come un primo campanello d’allarme, indice di un sistema di depurazione debole che necessita di maggiori controlli e di implementazione ulteriore. Per l’associazione ambientalista infatti, la risposta all’emergenza inquinamento, soprattutto per quanto riguarda le foci dei fiumi sta - oltre che nel dare la caccia agli scarichi illegali - nell’estendere la copertura di servizi di depurazione e di quelli fognari al 100% della popolazione, visto e considerato anche che si parla in totale di 18 milioni di italiani tuttora privi di servizi di depurazione dei reflui urbani.
Una sfida difficile se si considera il costo degli impianti e i tempi della loro realizzazione oltre che le possibili difficoltà legate alla conformazione geografica dei luoghi.
D’altro canto, come fa notare Roberto Ramadori, Ricercatore presso l’Istituto di Ricerca sulle Acque di Roma ed esperto di tecnologie di depurazione, nonostante le pecche del sistema attuale, negli ultimi trent’anni si è investito molto nella depurazione nel nostro Paese. Adesso dunque, sembra prioritario un intervento sulla gestione degli impianti - che pure esistono e funzionano in linea con gli standard di altri Paesi europei – scommettendo sull’incremento della professionalità degli addetti e sul pieno funzionamento delle strutture esistenti, che devono essere rese capaci di gestire le variazioni di carico del periodo estivo.
3. Un’alta capacità di depurazione non significa che il mare sia pulito: tra buchi e inefficienze del sistema fognario e di depurazione in Italia.
I risultati del monitoraggio effettuato da Goletta Verde lungo le coste italiane non lasciano poi più di tanto stupiti se si sfogliano le pagine del Blue Book 2009, che raccoglie i dati ufficiali contenuti nei Piani di Ambito e relativi al servizio idrico integrato in Italia, e che conferma il dato allarmante messo a nudo da Legambiente: il 15% del Paese è tuttora sprovvisto di un sistema fognario, cifra che sale fino al 30% se invece parliamo impianti di depurazione.
Stando al Blue Book di quest’anno, se il servizio di acquedotto copre il 95,9% della popolazione, per quanto riguarda la copertura fognaria si scende ad un più modesto 84,7%, con una rete fognaria nazionale lunga oltre 164 mila km. Per quanto concerne le fognature, l’unica regione a superare una copertura del 90 % è la Lombardia che raggiunge il 93,9 % seguita a ruota da Piemonte con una copertura dell’89,9% e Abruzzo (89,1%). A chiudere la lista troviamo Umbria, dove l’allacciamento alle fogne arriva al 77,1% e infine Sardegna e Liguria: due delle regioni italiane più note per la bellezza dei litorali, dove tuttavia l’estensione della rete fognaria arriva a coprire solo il 75% della popolazione.
Se poi si fa riferimento ai servizi di depurazione delle acque reflue urbane, le percentuali di copertura del servizio scendono ancora: solo il 70,4% della Penisola infatti, è servita da impianti di depurazione. Le regioni più virtuose in questo caso risultano essere Molise, Piemonte e Veneto che raggiungono rispettivamente una percentuale di copertura pari all’ 84,5%, 82,5% e 78,7 %. Agli ultimi posti si collocano Campania, Toscana e Sicilia - rispettivamente con una copertura di servizio del 67%, 62,7 % e 53,9%. La potenzialità depurativa, misurata in abitanti equivalenti (AE), risulta al suo massimo nelle aree del nord ovest, (15 milioni di AE), mentre si rivela minima nelle isole, (5,8 milioni di AE).
In definitiva dunque, stando a quanto emerge dalla ricognizione delle infrastrutture del servizio idrico integrato, la vera emergenza infrastrutturale italiana – anche più stringente del problema degli “acquedotti colabrodo” - riguarderebbe proprio fognature e depurazione.
Dello stesso parere il Rapporto Ecosistema Urbano 2009, a cura di Legambiente, che inquadra il problema della qualità ambientale nei comuni capoluogo di Provincia, rilevando in proposito una situazione di grande disparità relativa alla capacità di depurazione delle acque reflue: si va infatti da città “virtuose” come Bergamo o Bolzano, con copertura del 100%, a casi come quello di Benevento dove appena il 20% della popolazione è allacciato ad un impianto di depurazione. Dai dati raccolti e analizzati da Legambiente inoltre, emerge come nel complesso solo 13 capoluoghi italiani raggiungono una capacità di depurazione del 100%, mentre in 50 capoluoghi della penisola, la popolazione servita da impianti di depurazione tocca (o supera di poco) il 90%. Paradigmatico poi, il caso di Imperia, dove la percentuale di popolazione coperta da sistemi di depurazione è, per Legambiente, pari allo zero.
La capacità di depurazione nei capoluoghi di provincia italiani
Ma anche questi dati vanno presi con la dovuta circospezione: infatti, se è vero che Cagliari ha sulla carta una capacità di depurazione del 100%, dalle denunce del rapporto Mare Monstrum 2009 viene a galla che una delle Zone Umide dichiarata sito di interesse comunitario, la Laguna di Santa Gilla, si è di fatto trasformata in una fogna a cielo aperto a causa degli scarichi di alcuni comuni non ancora allacciati al depuratore che convergono in quella zona.
Un’alta capacità di depurazione dunque non basta per dire che il mare è pulito, se poi le infrastrutture connesse ai depuratori non ci sono o se gli impianti non vengono fatti funzionare a pieno regime.
Copertura dei servizi di depurazione e fognature nelle regioni italiane
Oltre a far emergere i buchi del sistema fognario e di depurazione, Il rapporto Blue Book 2009, redatto sulla base di 103 dei 105 Piani d’Ambito approvati in Italia, guarda però anche al futuro e ai possibili investimenti nel settore delle infrastrutture. Dallo studio dei piani di ambito emerge infatti un’analisi dei trend di investimento a livello nazionale, divisi per segmenti. Per quanto riguarda il comparto fognario e depurativo sono previsti investimenti ingenti, che si dovrebbero concretizzare principalmente in attività di estensione e rifacimento della rete di collettamento. In ogni ATO (“ambito territoriale ottimale”, ovvero la porzione di territorio su cui sono organizzati i servizi pubblici integrati) preso in esame infatti, manutenzione e sostituzione delle reti di raccolta rappresentano una voce rilevante, sintomo forse della necessità di intervenire su infrastrutture obsolete. In tutti gli ATO del campione esaminato infatti, sono previste estensioni di rete (riguardanti l’allacciamento delle aree non servite con più di 15 mila abitanti equivalenti, quanto quelle con meno di 2 mila abitanti equivalenti), come nell’ATO unico Puglia, che ha previsto integrazioni per 1.965 km di fognature, parte delle quali destinate a servire proprio gli insediamenti turistici.
Per quanto riguarda i sistemi di depurazione invece, in molti casi si prevede la realizzazione di tecnologie di depurazione destinate a nuclei abitativi di piccole dimensioni (inferiori a 200 abitanti) e a nuclei isolati (impianti di fitodepurazione, lagunaggi, subirrigazione). In più di una pianificazione al contrario, si evidenzia una strategia di razionalizzazione degli schemi di trattamento delle acque reflue, da realizzarsi mediante la dismissione degli impianti di piccole dimensioni (Es. nell’ATO Umbria 2, Napoli Volturno, Ato Spezzino, Medio Valdarno etc.) con investimenti per convogliare i reflui verso strutture con capacità depurativa inutilizzata o potenziabile.
Stando alle previsioni di Utilitatis e ANEA, per far fronte alle carenze attuali dei sistemi di smaltimento delle acque reflue urbane, ci sarebbe bisogno di investimenti per 60,52 miliardi di euro in 30 anni. Di questa cifra, il 48,3% dovrebbe essere destinato a migliorare gli impianti di fognatura e depurazione anche se solo per l’11% ci sarebbero finanziamenti pubblici
Una situazione complicata dal fatto che l’Italia è il paese con le tariffe più basse d’Europa, il che non consentirebbe – stando a quanto si afferma nella nota di presentazione del rapporto - né di coprire i costi del servizio né tantomeno di disporre delle risorse necessarie alla manutenzione e agli investimenti per realizzare nuovi impianti e raggiungere una copertura totale dei servizi. In aggiunta, si legge nel rapporto, per quanto ci siano già progetti in piedi, l’instabilità normativa riguardante il settore dei servizi pubblici locali e gli ingenti costi degli interventi, fanno sì che la situazione resti bloccata e molte opere siano ferme.
Uscire dall’impasse è tuttavia indispensabile, anche in ragione della recente procedura di infrazione che interessa l’Italia, che dovrà rispondere davanti alla Commissione Europea del mancato adeguamento alla direttiva n. 91/271/CEE del Consiglio concernente il trattamento delle acque reflue urbane.
4. L’Europa bacchetta l’Italia: al via una procedura di infrazione concernente le acque reflue
Dopo essere finita nel mirino della Commissione Europea per le violazioni della normativa ambientale relativa alle discariche abusive, l’Italia dovrà ora dare conto del ritardo nel rispetto degli obblighi in materia di trattamento delle acque reflue e spiegare perché ci siano ancora circa 500 centri urbani che non possiedono un impianto di trattamento delle acque di scarico conforme alle norme comunitarie.
L’Esecutivo comunitario in proposito ha deciso di inviare un primo “avvertimento scritto”, per capire come mai, pur essendo passati otto anni dai termini stabiliti con la Direttiva 91/271/CEE, l’Italia non si sia ancora adeguata del tutto alla normativa che prescrive per i centri abitati con una popolazione superiore ai 10 mila abitanti che scaricano le acque in zone sensibili sotto il profilo ambientale, di dotarsi di un sistema di raccolta e trattamento di tipo terziario rispettoso delle più rigorose norme di qualità.
Ma la Commissione vuole capire anche perché, sempre in base alla suddetta direttiva, non tutti i centri abitati con oltre 15 mila abitanti abbiano provveduto entro il 31 dicembre 2000, a istituire sistemi per la raccolta e il trattamento secondario delle acque reflue. Cosa che non hanno fatto nei tempi previsti (entro cioè il 31 dicembre 2005) neanche tutti gli agglomerati con un numero di abitanti equivalenti compreso tra 2 mila e 10 mila.
L’iter procedurale in questi casi prevede che al primo avvertimento scritto possa seguire la formulazione di un “parere motivato” in cui la Commissione Europea espone chiaramente la violazione riscontrata e invita lo Stato membro a porvi rimedio. Tuttavia, se ciò non dovesse avvenire, l’Italia rischierebbe di essere deferita alla Corte di Giustizia europea, in grado di comminare allo Stato membro inadempiente una sanzione pecuniaria salata.
Il richiamo della Commissione dunque potrebbe costare caro all’Italia: per l’Europa infatti, gli scarichi di acque reflue urbane non trattate costituiscono una delle principali fonti di inquinamento delle acque costiere e delle acque interne, oltre che un pericolo per la salute dei cittadini. E’ indispensabile dunque che i liquami vengano trattati adeguatamente prima di raggiungere i corpi idrici recettori.
Stando alla lettera della direttiva, il trattamento standard previsto per evitare la contaminazione delle acque è quello di tipo biologico: un sistema solitamente impiegato come trattamento secondario e finalizzato alla rimozione delle sostanze organiche biodegradabili, oltre che dei solidi non sedimentabili e dunque non separabili con trattamenti di tipo fisico . La norma prevede dunque che le acque reflue urbane scaricate nelle reti fognarie, siano sottoposte prima dello scarico a mare ad un trattamento secondario, cioè volto ad eliminare gli inquinanti biologici.
A livello nazionale invece, si fa riferimento ai due decreti legislativi il n. 152/06 ("Norme in materia ambientale") e il n. 152/99 (recante "Disposizioni sulla tutela delle acque dall'inquinamento e recepimento della direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane e della direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque dall'inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole") che, recependo la normativa comunitaria allo scopo di tutelare la qualità delle acque reflue, disciplinano che gli scarichi idrici urbani siano sottoposti a diverse tipologie di trattamento in funzione della dimensione degli agglomerati urbani. La norma recepisce le scadenze comunitarie per quanto riguarda gli agglomerati compresi tra 10 mila e 15 mila abitanti equivalenti e per quelli che superano la soglia dei 15 mila abitanti.
Anche nel caso di impianti che superano i duemila abitanti equivalenti e recapitanti in corsi d’acqua o nel caso di impianti superiori a 10 mila abitanti equivalenti, i reflui urbani devono essere sottoposti ad un trattamento secondario prima dello scarico a mare in conformità con le indicazioni contenute nell’Allegato 5 del Decreto Legislativo n. 152/06, documento che elenca i limiti di emissione degli scarichi idrici in relazione agli standard di qualità dei corpi idrici recettori.
Dalla normativa restano fuori i piccolissimi agglomerati urbani con popolazione inferiore a 2 mila abitanti che scaricano le acque reflue pre-trattate direttamente in mare. Per questo tipo di agglomerati, con popolazione compresa tra i 50 e i 2 mila abitanti, si ritiene auspicabile il ricorso a tecnologie di depurazione naturali quali il lagunaggio - un sistema di trattamento dei reflui costituito da grandi bacini poco profondi, dove i liquami subiscono un'azione depuratrice ad opera di microrganismi sviluppatisi all'interno della laguna - o la fitodepurazione, metodo di trattamento a ridotto impatto ambientale, basato principalmente su processi biologici - o tecnologie come i filtri percolatori o impianti ad ossidazione totale.
5. Ciliegia sulla torta: la criminalità
I principali reati nel 2008
Il quadro della depurazione in Italia già di per sé complesso, è ulteriormente aggravato da episodi di cattiva gestione degli impianti e da veri e propri illeciti. Troppo spesso infatti le cronache giudiziarie riportano di smaltimenti illegali o riferiscono di una cattiva gestione dei liquami. Basti pensare ad uno dei casi più allarmanti dell’estate da poco conclusa: l’arresto di due dipendenti di una ditta di espurgo, sorpresi a sversare liquami prelevati da pozzi neri di strutture ricettive e abitazioni direttamente in mare nei pressi della Grotta azzurra di Capri.
Sempre in Campania, “Mare Monstrum” ha assegnato la Bandiera Nera 2009 a Regione, Commissario di Governo per le Acque e Arpa, che secondo Legambiente sono stati incapaci di garantire una gestione corretta e la manutenzione ordinaria dei cinque depuratori delle acque che recapitano lungo il litorale Domizio-Flegreo (i depuratori di Cuma, Foce Regi Lagni, Acerra, Napoli Nord e Caserta), impianti obsoleti,costruiti con i fondi della Cassa del Mezzogiorno e mai rimodernati, che di fatto immettono acque non depurate direttamente in mare. Non si tratta purtroppo dei soli illeciti ambientali in Campania: è del giugno scorso la notizia dell'intervento dei Carabinieri del Nucleo Operativo Ecologico che a Ischia hanno colto la ditta incaricata della gestione dei reflui urbani intenta a scaricare le acque nere direttamente in mare.
Si tratta di gesti criminali isolati, o di atti irresponsabili e diffusi? Stando alle elaborazioni effettuate da Legambiente sulla base dei dati forniti dalle Forze dell'ordine, si tratta di reati che stanno comunque subendo un ridimensionamento, dal momento che la percentuale dei reati che mettono a repentaglio la salute del mare è scesa del 5,5% rispetto allo scorso anno. La lista delle infrazioni per quanto riguarda scarichi, depurazione e inquinamento da idrocarburi è però ancora lunga. Nell'ultimo anno sono state 1.810 le infrazioni accertate dalle forze dell'ordine Le denunce e gli arresti sono stati in totale 2.141, i sequestri 748, dati in aumento rispettivamente dell’8,2% e dell’1,5%.
Prima nella classifica dei "cattivi è la Sardegna, che totalizza ben 362, illeciti con 384 persone denunciate o arrestate e 33 sequestri. Segue a ruota la Campania, che totalizza 250 infrazioni e la Puglia con 232 illeciti ambientali e ben 192 sequestri. Nella classifica dei reati contro l'ambiente scendono nel 2008 Calabria e Sicilia, che totalizzano 223 reati accertati la prima e 200 la seconda, in diminuzione rispetto agli scorsi anni.
La classifica del mare inquinato
6. La depurazione nei piccoli comuni costieri: il caso delle Cinque Terre
Ma che cosa succede nel caso di piccoli paesi costieri che durante il periodo estivo devono far fronte ad ondate di turisti e vedono le presenze moltiplicarsi? Stando alla normativa nazionale, fermo restando l’imperativo di rispettare i valori-limite di emissione di inquinanti nelle acque, non esiste l’obbligo di installare un depuratore per i piccolissimi centri con una popolazione non superiore ai 2 mila abitanti. Tuttavia, come si legge nell’allegato alla disposizione normativa, i trattamenti dei reflui basati su processi biologici, possono essere considerati adatti, purché opportunamente dimensionati, anche per tutti gli agglomerati in cui la popolazione equivalente fluttuante sia superiore al 30% della popolazione residente, e laddove lo consentano le caratteristiche territoriali e climatiche.
Un caso paradigmatico relativo a queste problematiche, è quello dei comuni costieri liguri, come i borghi delle Cinque Terre, località d’eccellenza premiate annualmente con riconoscimenti di qualità come le “Cinque vele” di Legambiente e Touring club (ma che tuttavia quest’anno non rientrano nella rosa delle “Bandiere Blu” della FEE) e che pure, a causa dell’esiguo numero di abitanti, non sono obbligate per legge a dotarsi di impianti di depurazione.
Stando a quanto disposto dalla legge della Regione Liguria n. 43 del 1995 - che racchiude le norme in materia di valorizzazione delle risorse idriche e di tutela delle acque - in questi casi, nonostante il surplus di presenze in estate determini un carico notevole per gli impianti e per l’ambiente, la presenza di impianti di depurazione non è obbligatoria. Come previsto dal comma 3 art. 23, gli scarichi delle pubbliche fognature di agglomerati urbani che non superano i 50 abitanti, per essere autorizzati, devono essere trattati con impianti di tipo “primario”, che assicurino almeno il livello di depurazione ottenibile con vasche settiche o per quanto attiene ai piccoli centri che vanno dai 50 fino ai mille abitanti complessivi con vasche di tipo Imhoff, ovvero con trattamenti che consistono nella sedimentazione di tipo meccanico e in processi di fermentazione anaerobica dei liquami, ma che tuttavia non assicurano il rispetto dei parametri indicati nell'allegato 5 alla parte terza del D.L. n. 152/06.
Anche a causa di ragioni legate alla conformazione del territorio e alla mancanza di spazi, ogni borgo delle Cinque Terre incluso nel territorio del Parco Nazionale, dispone di un proprio sistema di smaltimento dei reflui, ma si tratta in sostanza di impianti di pre-trattamento, finalizzati all’eliminazione dei solidi grossolani dal liquame, e che non effettuano un trattamento di tipo biologico.
Tuttavia, spiega il responsabile del Parco Luca Natale, questi trattamenti risultano sufficienti dal momento che il carico antropico estivo non supera complessivamente che di una volta e mezzo il numero dei residenti. Questo a causa delle struttura dell’offerta turistica della zona, che può contare con un basso numero di strutture ricettive (salvo a Monterosso) e che pur contando con molte presenze di giorno, vede solo una minima parte di turisti pernottare in zona.
Nonostante l’assenza di un vero e proprio depuratore, come ricorda Natale, la gestione degli scarichi urbani è andata migliorando rispetto al 1999, anno di istituzione dell’Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre, quando sul territorio erano presenti almeno una quindicina di scarichi scoperti. Il primo passo per una gestione più sostenibile dei reflui urbani è stato quello di intubare gli scarichi, filtrare i liquami e scaricarli a 1.000 metri dalla costa tramite condotta sommersa. Una soluzione che, spiegano dall’ATO Spezzino, risulta efficiente a causa delle caratteristiche del fondale e della costa ligure che per qualità delle correnti e profondità favorisce una buona diluizione dei carichi inquinanti, garantendo che i processi di depurazione si svolgano spontaneamente, senza interferire con gli usi cui è destinata la costa, in primis pesca e balneazione.
Il passo successivo, riferiscono dall’Ente Parco, è stato quello di recuperare i reflui, filtrati e grigliati, portarli a 600 metri di altezza in modo da poterli riutilizzarli per scopi irrigui, e risolvere così due problematiche aperte: la gestione delle acque di scarico e la mancanza d’acqua per irrigare e per prevenire gli incendi. L’intervento è stato possibile grazie un impianto che convoglia i reflui a monte, realizzato tra 2006 e 2007 da Acam, la multi utility che gestisce il servizio idrico nella provincia spezzina e dovrebbe portare a termine il progetto entro la metà del 2010.
Nonostante le migliorie apportate nel corso degli anni, spiegano dal Settore Ambiente della Provincia di La Spezia - sono previsti interventi ulteriori per affinare complessivamente la depurazione in provincia: oltre ai tre depuratori di maggiori dimensioni in funzione, ubicati presso Lerici, Sarzana e La Spezia, sono previsti altri interventi per incrementare la capacità di depurazione nello spezzino, provincia che attualmente - stando ai dati contenuti nel Blue Book 2009 - ha una potenzialità di depuratori pari a 234.974 Abitanti equivalenti, per un totale di 49 impianti di depurazione esistenti , fronte di una popolazione residente di circa 215.935 abitanti.
Allargando il campo all’intera regione e osservando i dati diffusi nella relazione sullo stato dell’ambiente in Liguria datata 2006 e attualmente in fase di aggiornamento, risulta che solo il 56% dei sistemi di depurazione in Liguria è conforme ai requisiti previsti dal d.lgs. 152/99. Dai dati diffusi da Arpal, inoltre, emerge che circa metà degli scarichi ‘civili’ viene sottoposta a trattamento secondario, mentre solo una quota esigua viene trattata con tecniche più avanzate. Il 62% delle strutture in Regione infatti, sono in grado di fornire un trattamento di tipo secondario, mentre solo il 4% depura più a fondo, con trattamento avanzato. Il 31% degli impianti invece offre un trattamento primario, che utilizza processi fisici di rimozione dei solidi, ma non biologici, mentre il 3% degli impianti invece effettua semplice grigliatura, o nessun trattamento.
Per porre rimedio a questa situazione la Regione si è data il 2015 come scadenza per il raggiungimento di nuovi obiettivi di qualità ambientale. Per perseguirli,
l’amministrazione regionale ha recentemente disposto 35 milioni di euro per nuovi impianti di depurazione o adeguamenti di quelli esistenti. Tra gli impianti di prossima costruzione in zone adiacenti a quella del Parco delle Cinque Terre, ci sarà quello di Levanto e Bonassola - dove al momento non è in funzione un vero e proprio depuratore quanto piuttosto un sistema di pre-trattamento - un progetto che dovrebbe partire il prossimo anno e che sarà in parte finanziato con fondi Fas, il Fondo europeo per le aree sottoutilizzate. Anche Framura, dove attualmente esiste un piccolo impianto di depurazione e solo una parte dei residenti scarica direttamente a mare, vedrà la costruzione di un nuovo impianto mentre a Deiva Marina verrà costruito depuratore consortile extra Ato, che raccoglierà anche i reflui di Moneglia, in provincia di Genova.
Per rispettare l’obiettivo 2015, stando ai dati diffusi sul sito web della Regione Liguria, gli investimenti saranno destinati a nuovi impianti di depurazione delle acque nelle quattro province. In previsione, 12 milioni di euro andranno all’ATO di Savona (per l’impianto consortile di Villanova d’Albenga), 15 milioni all’ATO di Genova destinati all’impianto Cornigliano, al trattamento fanghi della Volpara, al depuratore consortile fondo valle Entella e allo schema depurativo di Rapallo e 5 all’ATO di La Spezia, per il revamping del depuratore Stagnoni e l’impianto consortile di Levanto-Bonassola e da ultimo, 3 milioni destinati alla provincia di Imperia e nella fattispecie al collettore reflui San Bartolomeo al mare e ai comuni del Dianese con il depuratore di Imperia.
“Per una regione a forte vocazione turistica come la Liguria è davvero un danno inestimabile che sia mancata la giusta attenzione al problema della depurazione da parte delle amministrazioni locali”, puntualizzano da Legambiente in una nota diffusa a conclusione delle tappe liguri di Goletta verde. Insomma, riassume il responsabile ligure di Legambiente, Santo Grammatico, “la depurazione delle acque rappresenta una vera grande opera utile, dal momento che stiamo puntando sul turismo e una maggiore qualità delle acque potrebbe diventare anche uno strumento di marketing territoriale”.
Come segnalato dall’associazione del Cigno verde infatti, in seguito ai prelievi di Goletta Verde, anche in Liguria 7 foci di fiumi e corsi d’acqua su 7 sono risultate gravemente contaminate da coliformi fecali, streptococchi ed escherichia coli. In particolare, sono finite nel mirino dell’associazione ambientalista la foce del fiume Entella, che sfocia tra Chiavari e Lavagna, la foce del Roja (Im) le cui acque sono state prelevate nel comune di Ventimiglia e quelle dei fiumi Centa (Sv) presso Albegna e Magra (Sp) nel territorio del comune di Ameglia. Senza contare i prelievi effettuati a Sarzana, presso la foce del fiume Parmignola (Sp) e le foci del rio Poggio a Bogliasco (Ge) e Santa Lucia a Imperia, località Lido (Im) e gli sbocchi di due canali a Lerici (SP), tutte risultate gravemente inquinate stando dalle analisi di Goletta Verde e colpevoli di riversare in mare un carico eccessivo di batteri.
Nonostante le crepe individuate nei sistemi fognari e di depurazione - la copertura di questi due servizi in Liguria, arriva infatti rispettivamente al 75 e al 74% della popolazione – l’attenzione per la qualità ambientale in Liguria non manca: la regione infatti può vantare un’alta percentuale di enti locali certificati EMAS o ISO14001, a dimostrazione dell’esistenza di un percorso aperto verso la sostenibilità ambientale. Ammontano infatti a 120 gli enti pubblici liguri che sin ora hanno ottenuto una certificazione ambientale di questo tipo: circa metà dei 235 comuni della Regione, 3 parchi regionali e 9 comunità montane hanno scelto volontariamente di migliorare la propria gestione interna e il proprio impatto ambientale, incrementando di conseguenza anche la propria attrattiva turistica e la propria immagine esterna.
D’altro canto, sono ben 38 i comuni costieri della Liguria recensiti da Legambiente ed entrati nell’edizione 2009 della “Guida Blu”. Le località premiate sono state scelte incrociando 128 indicatori tra cui la conservazione del paesaggio naturale, i servizi, la mobilità sostenibile, la gestione dei rifiuti, oltre che ovviamente, la qualità delle acque. Ad aprire la rosa delle destinazioni eccellenti è proprio Riomaggiore, che quest’anno si è aggiudicato cinque vele, ovvero il massimo del punteggio. Seguono Levanto (SP) e Portovenere (SP), a quota quattro vele, e poi a Camogli (GE), Moneglia (GE), Portofino (GE) , Caporosso (IM), Taggia (IM), Lerici (SP) e Bergeggi (SV) che di “Vele Blu” quest’anno ne hanno ottenute tre.
7. Appendice: le vele blu e le bandiere nere di Goletta Verde
Tra le prime località cui sono state assegnate ben Cinque “Vele Blu” troviamo: Isola del Giglio (Gr), Cinque Terre (Sp), Domus de Maria (Ca), Pollica - Acciaroli - Pioppi (Sa), Capalbio (Gr), Castiglion della Pescaia (Gr), Nardò (Le), Baunei (Nu), Ostuni (Br), Santa Marina Salina (Me), Noto (Sr), San Vito lo Capo (Pa), Posada (Nu).
I 19 diciannove punti “inquinati” sono, secondo le analisi di Legambiente: Catania (CT) Foce Simeto; Crotone (KR) Foce Esaro; Goro (FE) Volano Foce Po di Volano; Ischitella (FG) Foce Varano Lungomare; Grado (GO) Casoni - Punta Sdobba Foce Isonzo; Castrignano del Capo (LE) Marina di Santa Maria di Leuca stabilimento balneare; Scanzano Jonico (MT) Foce Agri; Siniscola (NU) La Caletta Foce Siniscola; Ravenna (RA) Lido di Dante Foce fiumi Uniti;Ravenna (RA) Lido di Savio Foce fiume Savio; Bagnara Calabra (RC) Torrente Praia Longa; Bellaria-Igea Marina (RN) Foce Fiume Uso lato sud; Porto Tolle (RO) Boccasette Foce Po di Maestra; Rosolina (RO) Foce Adige; Valledoria (SS) San Pietro a Mare Foce Coghinas; Lignano Sabbiadoro (UD) riviera Foce Tagliamento; Caorle (VE) Foce Livenza; Chioggia (VE) Sottomarina Foce Brenta; Montalto di Castro (VT) Montalto Marino Foce Fiora.
Le 81 aree “fortemente inquinate” invece risultano essere : Licata (AG) Foce Salso; Falconara Marittima (AN) Foce Esino; Pedaso (AP) Foce Aso; San Benedetto del Tronto (AP) Foce Tronto; San Vito dei Normanni (BR) Torre Guaceto Foce Canale Reale; Campomarino (CB) Foce Biferno; Montenero di Bisaccia (CB) Foce Trigno – cementificio; Petacciato (CB) Petacciato Marina Foce Torrente Tecchio; Castel Volturno (CE) Foce Regi Lagni; Mondragone (CE) Foce fiume Agnena; Catanzaro (CZ) Catanzaro Lido Foce Fiumarella; Lamezia Terme (CZ) zona industriale Scarico depuratore; Ortona (CH) Foce Moro; San Vito Chietino (CH) Foce Feltrino; Torino di Sangro (CH) Foce Sangro; Corigliano Calabro (CS) Marina di Schiavonea Torrente Coriglianeto, via Colombo altezza via ponza, spalle al porto; Paola (CS) Foce Torrente San Francesco; Scalea (CS) Foce Lao; Strongoli (KR) Fasana Foce Neto; Manfredonia (FG) Villaggio Residenziale Foce Candelaro; Margherita di Savoia (FG) Foce Ofanto; Serracapriola (FG) Torre Mozza Foce Fortore; Gatteo (FC) Gatteo a Mare Foce Rubicone; Bogliasco (GE) Foce Rio Poggio (di fronte Club Nautico Bogliasco); Chiavari (GE) Foce Entella; Imperia (IM) Lido Foce Rio S. Lucia (c/o Stab. "SOGNI D'ESTATE"); Ventimiglia (IM) Foce Roja; Ameglia (SP) Fiumaretta Foce Magra; Lerici (SP) San Terenzio sbocco canale sotto ponticello, fine discesa di via Garibaldi; Lerici (SP) Venere Azzurra sbocco canale sotto passaggio pedonale alla fine del parcheggio; Sarzana (SP) Marineria Foce Parmignola; Formia (LT) Gianola spiaggia destra foce del rio santa croce; Latina (LT) Torre Astura foce del fiume astura; Terracina (LT) Porto Badino Foce Portatore; Otranto (LE) Baia di Otranto Foce canale dell’Idro; Cecina (LI) Foce Cecina; Marciana Marina (LI) Molo del Pesce; Civitanova Marche (MC) Foce Chienti; Porto Recanati (MC) tra numana e porto recanati Foce Musone; Bernalda (MT) Foce Basento; Taormina (ME) Foce fiume Alcantara; Ercolano (NA) Foce Lagno vesuviano; Pozzuoli (NA) Lido di Licola Foce Canale di Quarto; Pozzuoli (NA) Lido di Licola Spiaggia a nord della foce canale di Quarto; Pozzuoli (NA) Lido di Licola Spiaggia a sud della foce canale di Quarto; Torre Annunziata (NA) Foce Sarno; Tertenia (OG) Marina di Tertenia Canale Sarrala; Termini Imerese (PA) Foce del fiume Imera; Terrasini (PA) San Cataldo Foce Nocella; Fano (PU) Foce Metauro; Pesaro (PU) Foce Foglia; Montesilvano (PE) Foce Saline; Scicli (RG) Arizza Foce Modica; Scicli (RG) Donnalucata Foce Irminio; Gioia Tauro (RC) Foce Petrace; Reggio di Calabria (RC) Catona Sbocco canale/tubo; Reggio di Calabria (RC) Lido Comunale Sbocco Comunale; Reggio di Calabria (RC) Pellaro Torrente Fiumarella; Rosarno (RC) Rosario Foce Mesima; Riccione (RN) Foce Marano; Ardea (RM) foce del fosso biffi; Fiumicino (RM) Maccarese fosso arrone; Roma (RM) Ladispoli foce rio baccina; Roma (RM) Ostia foce Tevere; Castellabate (SA) Ogliastro Marina Foce Rio dell'Arena; Eboli (SA) Foce Sele; Pontecagnano Faiano (SA) foce Picentino; Salerno (SA) Foce Irno; Porto Torres (SS) Foce Rio Mannu; Albenga (SV) Foce Centa; Siracusa (SR) Scala Greca Scogliera di S. Panagia; Manduria (TA) San Pietro in Bevagna Foce Chidro; Palagiano (TA) Foce Lama di Lenne; Pineto (TE) Cerrano 0736 856141; Roseto degli Abruzzi (TE) Foce Vomano (100 mt a sud); Silvi (TE) Foce torrente Piomba; Caorle (VE) Foce Lemene; Venezia (VE) Montiron Foce Dese; Pizzo (VV) Angitola Foce Fiume Angitola; Vibo Valentia (VV) Bivona Foce fiume S. Anna; Tarquinia (VT) Foce Marta.
Riferimenti bilbiografici:
Legambiente, Rapporto Mare Monstrum 2009
Utilitatis, Blue Book 2009
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